Alessandro Biggio, Irene Dioniso, Nona Inescu, Kyriaki Goni, Lucia Pizzani, Natália Trejbalová, Rachel Youn
Alessandro Biggio
Antonio Calderara, Alessandro Manfrin, Cosimo Pichierri, Marta Pierobon, Lisa Ponti, Alessandra Spranzi, Marco Strappato, Franco Vimercati
Bora Baboci, João Freitas, Enej Gala, Albano Hernandez, Mehdi-Georges Lahlou, Mirthe Klück, Leonardo Meoni, Giovanni Oberti, Oscar Abraham Pabón, Eugenia Vanni, Xiao Zhiyu, Francesco Carone
Bora Baboci, Adam Bilardi, Enej Gala, Cecilia Granara, Julien Monnerie, Jessy Razafimandimby, Ambra Viviani
Giulio Delvè, João Freitas, Mirthe Klück, Marco Andrea Magni, Giovanni Oberti, Oscar Abraham Pabón, Namasal Siedlecki, Jamie Sneider, Eugenia Vanni, Xiao Zhiyu
João Freitas, Mirthe Klück, Marco Andrea Magni, Oscar Abraham Pabón, Eugenia Vanni
Mirthe Klück, Marco Andrea Magni, Eugenia Vanni, Serena Vestrucci
Sara Enrico, Helena Hladilovà, Pietro Manzo, Giovanni Oberti

FuoriCampo presenta Travelling While Lying Down, la seconda personale di Xiao Zhiyu (CN, 1995), una mostra che riunisce le opere realizzate durante la recente residenza dell’artista presso la Jan Van Eyck Academie di Maastricht e approfondisce la riflessione sul paesaggio in una dialettica tra possesso e abbandono, comprensione e consapevolezza.
Il titolo richiama il concetto di 卧游 (wò yóu). Formulato da Zong Bing (375–443), tra i primi a dedicarsi allo studio della pittura in Cina, definisce una pratica contemplativa che concepisce il paesaggio come esperienza mentale e spirituale, accessibile anche nella quiete dell’immobilità. Nella tradizione artistica cinese, infatti, la pittura di paesaggio occupa una posizione privilegiata, in quanto espressione di un processo conoscitivo che rende percepibile il Dao (la Via) nella sua manifestazione naturale.
A questa visione si contrappone la tradizione occidentale del paesaggio, orientata alla costruzione di un’immagine del mondo ordinata, leggibile e priva di opacità, dunque pienamente disponibile allo sguardo e al controllo. Riletta attraverso la lente della teoria decoloniale, essa lascia tuttavia emergere le proprie zone d’ombra, mettendo in discussione la pretesa di trasparenza e dominio che la sottende.
Il dialogo tra queste concezioni antitetiche si traduce sia nelle immagini sia nel dispositivo espositivo presente in mostra: una struttura modulare che si dispone a parete con una sequenza di scorci visivi o si articola nello spazio come un paravento, evocando iconografie orientali, fino a riconfigurarsi in un letto, assimilabile a un baldacchino di tradizione cinese, che invita il pubblico a una fruizione immersiva e contemplativa, trasformando l’atto della visione in un’esperienza di attraversamento del paesaggio.
Travelling While Lying Down delinea una zona di instabilità percettiva in cui l’immagine non si limita a rappresentare il mondo, ma ne mette in crisi le condizioni di accesso.
La pratica di Xiao Zhiyu procede in questo caso per sottrazione, restituendo superfici opache che resistono alla piena appropriazione e riflettono una contemporaneità segnata da accelerazione e mediazione tecnologica. Se nella tradizione cinese il viaggiare da sdraiati apriva uno spazio di immersione immaginativa, qui si configura come una condizione sospesa in cui movimento e immobilità cessano di opporsi.
La mostra si articola attorno a questa tensione attraverso immagini derivate da fotografie realizzate con dispositivi mobili, vedute aeree e frammenti in transito, privi di gerarchie o intenti monumentali. In questa economia del minimo emerge una forma di resistenza, le immagini infatti non si offrono a una lettura immediata, ma rallentano lo sguardo, introducendo una temporalità differita. Lo stesso dispositivo espositivo amplifica tale ambiguità. Le opere, isolate e sospese nello spazio neutro della galleria, evocano la funzione storica del museo come luogo di stabilizzazione e visibilità, ma ne incrinano i presupposti. Ciò che viene mostrato non si lascia pienamente possedere, l’atto stesso dell’esporre diventa quasi paradossale nel tentativo di trattenere ciò che, per sua natura, tende a sfuggire.
Si costruisce così uno spazio in cui lo spettatore è chiamato a confrontarsi con la propria modalità di visione, con quella frazione di tempo in cui la percezione precede la comprensione e in cui qualcosa, pur non essendo ancora nominato, inizia a esistere. È forse in questo scarto minimo, tra immediatezza e consapevolezza, che si rende percepibile la trama più ampia che lega immagine, storia ed esperienza.


